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La pubblicazione dell’ultimo FluNews dell’Istituto Superiore di Sanità dimostra che l’onda epidemica della nuova influenza ha terminato il suo corso. In linea del tutto teorica sarebbe tempo di bilanci, ma l’analisi di alcuni dati mette in luce vistose contraddizioni. Questo per dire che eventuali conclusioni sono provvisorie e sfuggenti, mentre l’unica cosa certa è che di H1N1v sappiamo ancora veramente poco. C’è qualcosa di paradossale in questo aspetto perché in passato nessuna pandemia è stata studiata avendo a disposizione strumenti così raffinati come quelli che abbiamo oggi.

In Italia i casi stimati di sindromi simil-influenzali (ILI) dal 21 al 27 dicembre sono soltanto 73.000. Dall’inizio della pandemia i casi totali di ILI sono circa 4 milioni, un valore più basso di circa il 20% rispetto a quello che ci si attendeva alla fine di novembre, ma è un dato che come vedremo si presta a qualche interpretazione. Se poi si guarda alla mortalità per le varie classi di età e si tenta un paragone con la Francia si resta un po’ stupiti: oltr’alpe i bambini al di sotto di un anno di età rappresentano il 4% dei decessi, fra 1 e 14 anni l’8%, in Italia fra 0 e 4 anni sono il 2,5%, fra 5 e 14 il 2,5%. In concreto la mortalità francese fra 0 e 14 anni è doppia rispetto alla nostra, mentre per le classi di età superiori i valori sono abbastanza simili. I dati dell’Institut de la Veille Sanitaire consentono anche di stabilire la percentuale dei soggetti deceduti che non presentavano fattori di rischio per la relativa classe di età: al di sotto di un anno sono il 37,5%, il 25% fra 1 e 14 anni, il 16% fra 15 e 64 e infine poco più dell’8% fra gli over 65. C’è quindi un gradiente abbastanza pronunciato fra le classi anagrafiche inferiori e quelle che seguono, ma purtroppo non possiamo confermare questa tendenza in Italia perché non si dispone di valori scorporati.

Ovviamente tutti questi dati si possono valutare rispetto al numero delle manifestazioni simil-influenzali e così facendo potremmo concludere che in Italia bambini e adolescenti fra 0 e 14 anni sono stati colpiti in percentuale maggiore rispetto a qualsiasi altra stagione influenzale presa in considerazione, tendenza che si è presentata anche in molti altri paesi occidentali. Ma come dicevamo prima le ILI sembrano una categoria un po’ sfuggente, almeno a giudicare da un lavoro sulle donne incinte francesi. L’articolo sembrerebbe rispondere, e anche in modo eclatante, alla domanda che tutti si fanno da mesi: qual è la percentuale di soggetti asintomatici rispetto ai casi accertati di sindrome simil-influenzale? In altri termini per ogni caso «diagnosticato» di influenza quanti altri sono sfuggiti al circuito sentinella? La domanda è centrale per tentare una stima sul CFR (case fatality rate, ovvero la percentuale di decessi rispetto al numero totale dei contagiati) ma dal punto di vista epidemiologico c’è un aspetto altrettanto interessante, nel senso che rispondere al quesito consente da una parte di stabilire qual è la variabilità delle manifestazioni cliniche e dall’altra di avere un quadro più chiaro sull’infettività del virus. I ricercatori francesi hanno analizzato a Marsiglia un gruppo di donne incinte volontarie che da tempo si sottopongono a regolari prelievi per studiare l’incidenza della toxoplasmosi. Questi prelievi sono stati utilizzati anche per vedere quante di loro presentavano una risposta anticorpale ad H1N1v, ovvero per stabilire quante di loro avevano contratto l’influenza in modo «asintomatico». I risultati dicono nella settimana 48-49 il 10% dei campioni esaminati mostrava un numero sufficiente di anticorpi al virus pandemico. Questo dato ha consentito ai ricercatori francesi di stimare che nella popolazione fra i 20 e i 39 anni solo il 19,6% fra quelli colpiti da influenza ha consultato un medico. In altri termini starebbe a significare che per ogni caso «accertato» di influenza dal circuito sentinella ce ne sono stati altri quattro che non sono stati rilevati. Da precedenti studi sull’influenza stagionale il rapporto fra «sintomatici» e «asintomatici» è all’incirca di 1 a 1. Se si prendesse per buono questo dato potremmo dire che in Italia i casi totali di influenza potrebbero essere oltre 16 milioni, come dire che il tasso cumulativo di attacco di H1N1v sarebbe del 27%, ovvero nel limite superiore di quell’intervallo indicato ad ottobre dall’Istituto Superiore di Sanità (un tasso cumulativo di attacco previsto dai modelli tra il 21% e il 27%). Se le cose stanno così allora non ci dobbiamo attendere una ennesima ondata influenzale pandemica perché il virus ha colonizzato in maniera estesa il serbatoio di soggetti suscettibili. Ovviamente quanto abbiamo appena detto è una palese forzatura su cui sarebbe meglio non scommettere: un cluster di 500 soggetti non è assolutamente rappresentativo per estrapolare lo stesso risultato sulla popolazione generale, per cui il dato va assunto con grande circospezione.
Un ennesimo lavoro pubblicato su New England Journal of Medecine sembrerebbe andare in altra direzione per quanto si occupi di un altro aspetto epidemiologico. In considerazione del fatto che chi contrae l’influenza è presumibile che venga accudito dai suoi familiari si studiano da tempo i cosiddetti «household contacts», ovvero i casi di trasmissione secondaria in famiglia. E’ anche noto che quasi la metà dei contagi avviene in casa o a scuola. Gli autori di questo lavoro sono ricercatori dell’Imperial College e dei CDC di Atlanta, insomma un istituto universitario e un’agenzia per le malattie infettive di un certo tenore. Ma stavolta i risultati di questa indagine non sembrano omogenei con quelli ottenuti dalle donne incinte di Marsiglia, per quanto la comparazione dei dati sia molto indiretta. A partire da un caso indice il tasso di attacco secondario in una famiglia mononucleare è del 28%, ma scende al 9% in gruppi familiari di 6 persone. Il dato è certamente più basso di quello rilevato nelle pandemie del 1957 e del 1968. E’ pur vero che anche questo secondo lavoro, come precisano gli stessi autori si presta a qualche interpretazione forzata, però il quadro generale che ne viene fuori non sembra quello di un virus fortemente infettivo. A guardare la letteratura scientifica su H1N1v si ha la sensazione di trovarsi davanti a una carta a macchia di leopardo, con situazioni specifiche che variano molto a seconda dell’angolo di prospettiva con cui si guarda al fenomeno. Quello che è certo è che il virus pandemico ha sciorinato una serie di comportamenti che al momento non ci consentono di trarre conclusioni generali affidabili. Non è neanche una novità perché nelle precedenti pandemie la prima ondata del virus ha prodotto una certa variabilità di comportamenti. Insomma siamo ben lontani dal conoscere in modo profondo H1N1v e ancora di più dal poter prevedere che aspetto assumerà nella prossima sortita. |