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L'ultima spiaggia della terapia intensiva PDF Stampa E-mail
Epidemiologia
Scritto da Anna Meldolesi   
Venerdì 13 Novembre 2009 16:09

Si chiama Ecmo (Extracorporeal membrane oxygenation) e in una minoranza di casi potrebbe fare la differenza fra la vita e la morte durante questa emergenza pandemica. La tecnica, che negli anni ’80 ha avuto come culla la regione Lombardia, consiste nel prelevare il sangue, farlo passare in una membrana dove cede anidride carbonica e si ossigena, per poi immetterlo di nuovo in circolo. Consente insomma di tenere i polmoni danneggiati a riposo e viene utilizzata in quei casi in cui le tecniche classiche si sono rivelate via via insufficienti (ossigeno in maschera, ventilazione non invasiva, ventilazione meccanica). L’Ecmo, dunque, potrebbe risultare decisiva per ridurre la mortalità proprio per quel sottogruppo di pazienti che è minacciato dalla pandemia molto più che dalle epidemie stagionali. Parliamo di persone giovani e sane, i cui unici fattori di rischio sono condizioni come il tabagismo, l’obesità o la gravidanza, ma che in seguito all’infezione con il virus H1N1 vengono ricoverate in terapia intensiva con una polmonite interstiziale. Il condizionale è d'obbligo, perché i dati che suggeriscono l'applicazione di questo trattamento in chiave antipandemica sono ancora frammentari e in via di validazione. Gli specialisti del settore, comunque, sono cautamente ottimisti, tanto da aver spinto il Governo ad attivarsi per cercare di assicurare un numero di posti letto con accesso all’Ecmo sufficiente a trattare tutti coloro che ne avranno bisogno durante il picco pandemico. A occuparsene è una commissione istituita dal viceministro Ferruccio Fazio il 29 ottobre e presieduta da Alberto Zangrillo, rianimatore intensivista del San Raffaele di Milano. 
Il fattore limitante non sono le risorse economiche: disponiamo già di centinaia di macchinari per l’Ecmo, visto che sono presenti in tutte le unità di cardiochirurgia, e il 5 novembre il Governo ha fatto sapere di aver stanziato 20 milioni alla gestione di questi casi gravi. La sfida piuttosto è quella di formare in tempi strettissimi gli specialisti necessari a utilizzare l’Ecmo nei casi di distress respiratorio, perché le applicazioni cardiache e respiratorie richiedono un know how differente. Il primo novembre al Policlinico di Milano è partito un corso ad hoc per formare nuovo personale, intanto si cerca di centralizzare i pazienti nelle strutture più esperte e in qualche caso i gruppi di riferimento hanno inviato i loro specialisti nelle nuove unità sorte a tempo di record in altre parti del paese. Alla fine di ottobre in Italia esistevano soltanto 8 centri con esperienza in questo campo, nessuno a sud di Roma: il San Gerardo di Monza, il San Matteo di Pavia, l’azienda ospedaliera di Bergamo per l’Ecmo pediatrica, il San Raffaele di Milano, il Policlinico di Milano, le Molinette di Torino, il Sant’Orsola di Bologna, il Gemelli a Roma. Oggi la rete è stata allargata includendo l’azienda ospedaliera di Padova, il Careggi di Firenze, l’Umberto I di Roma, l’Ismett di Palermo, il Policlinico di Bari, mentre a Napoli collaboreranno il Federico II e il Monaldi. Il Ministero del welfare conta 14 centri e non esclude di arruolarne di nuovi nel prossimo futuro.
Tutti i governi occidentali hanno potuto pianificare i propri interventi sulla base dell’esperienza maturata in Australia e Nuova Zelanda, che trovandosi nell’emisfero sud hanno già superato la prima ondata pandemica. Nonostante la forte concentrazione di casi in corrispondenza dei 3 giorni peggiori del picco pandemico, con 15 centri i due paesi sono riusciti a soddisfare abbastanza bene la domanda di Ecmo di una popolazione che complessivamente è circa un terzo della nostra. In tutto i pazienti affetti dal virus pandemico H1N1 che hanno usufruito dell’ossigenazione extracorporea sono stati 68, equamente suddivisi fra i due sessi, con un’età media di 34 anni. Il trattamento è durato in media 10 giorni e la mortalità finale in questo gruppo è stata del 21%. Come nota l’editoriale che ha accompagnato la pubblicazione di questi dati sul Journal of the American Medical Association, non essendo questa una sperimentazione controllata, l’efficacia dell’Ecmo nei pazienti in crisi respiratoria affetti da H1N1 non può considerarsi dimostrata, «tuttavia, sulla base dei dati presentati, sembra probabile che il tasso di mortalità senza l’Ecmo sarebbe stato superiore a quello osservato». In questa direzione sembra andare anche uno studio pubblicato su Lancet a settembre, che descrive i risultati della sperimentazione multicentrica Cesar condotta in Gran Bretagna per confrontare l’efficacia di Ecmo e ventilazione meccanica in pazienti in distress respiratorio per cause diverse dal virus pandemico. La casistica italiana è ancora da scrivere in gran parte e non manca qualche caso disperato per il quale l’Ecmo non ha potuto fare il miracolo. Ma altri casi lasciano ben sperare, come quello del primo malato italiano finito in prognosi riservata in agosto, che il primo novembre è tornato a camminare sulle proprie gambe.

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 15 Novembre 2009 13:15
 

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