| L'America pensa alla prossima pandemia |
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| Vaccini |
| Scritto da Anna Meldolesi |
| Venerdì 04 Dicembre 2009 18:47 |
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L’Oms invita a non illudersi che la pandemia del 2009 sia finita, ma già adesso c’è qualcuno che inizia a prepararsi per la prossima, che potrebbe arrivare nel giro di anni o di decenni, chissà. I piani pandemici hanno mostrato delle falle e dobbiamo ringraziare il cielo che il virus del 2009 non si sia mostrato particolarmente aggressivo, perché altrimenti sarebbe stato un disastro. La prossima volta potremmo essere meno fortunati e gli Stati Uniti non vogliono più dipendere dall’attuale sistema di produzione per il vaccino, che sarà anche testato e sicuro ma arranca dietro alla diffusione del virus.
Nei giorni scorsi Kathleen Sebelius, che è a capo del Dipartimento americano per la salute, ha annunciato l’avvio di un lavoro di revisione della strategia antipandemica americana. In particolare l’amministrazione intende investire nello sviluppo di tecnologie che velocizzino la produzione del prossimo vaccino antipandemico e studiare un nuovo quadro normativo che possa offrire maggiori incentivi alle industrie farmaceutiche impegnate in campo vaccinale. «Quando la produzione di un vaccino accumula ritardi è facile accorgersene e scandalizzarsi, ma è altrettanto grave se una scoperta che potrebbe salvare delle vite non arriva negli impianti di produzione». Possiamo considerarlo come una specie di effetto Katrina: le autorità americane non vogliono pentirsi in futuro di non aver agito per tempo. Il virus del 2009 ha battuto in velocità il sistema, raggiungendo il picco epidemico prima che l’America fosse in grado di offrire una dose a tutte le persone comprese nelle categorie a rischio. E’ stato uno smacco e anche un campanello d’allarme, che ha spinto anche la Commission on the Prevention of WMD Proliferation and Terrorism a mobilitarsi lanciando un’iniziativa chiamata fastervaccines. Nel video di presentazione compaiono due ex senatori che ricordano i bei tempi in cui erano giovani e si chiedono: possibile che oggi continuiamo a produrre i vaccini influenzali con le stesse tecniche che usavamo ai tempi di Joe Di Maggio ed Elvis Presley? Per spiegare come si produce il vaccino, ci rifacciamo alla sintesi di Rino Rappuoli e Lisa Vozza (I vaccini dell’era globale, Zanichelli ). «I virus crescono nelle uova di gallina fecondate. Prima dell’inoculazione ogni uovo viene illuminato con una luce speciale per vedere se l’embrione è vivo (altrimenti il virus non si riproduce), quindi sul guscio si segna la data e l’ora; infine con un trapano di quelli che si comprano dal ferramenta si pratica un buco a un’estremità e si inietta una dose di master seed (ndr il ceppo riassortante fornito dall’Oms) piena di virus. Se questo sistema vi sembra parecchio artigianale e low-tech, non avete torto. In effetti l’uso delle uova nella produzione dei vaccini è una tecnologia di quasi un secolo fa, che sopravvive accanto ai più spettacolari progressi dell’era genomica. In realtà le uova, pur essendo una sorta di residuato bellico, costituiscono tuttora un ottimo e economico sistema per crescere i virus. In effetti sono dei fermentatori naturali, nel cui liquido allantoideo si trova tutto il necessario perché i virus possano proliferare vigorosamente per 48-72 ore. Terminata la crescita il liquido viene aspirato, fatto ruotare ad alta velocità in una macchina chiamata ultracentrifuga e il virus viene così separato». Questo procedimento funziona bene, ma ha un problema: la capacità produttiva. Il numero massimo di dosi di vaccino che ogni anno è possibile ottenere con questo sistema è stimato sui 400 milioni. Anche se il numero è in leggera crescita, grazie agli investimenti degli ultimi 3 anni, continua a rappresentare un limite. Dunque sembra finalmente arrivato il momento di mandare in pensione le uova e sostituirle con le colture cellulari. Alla Novartis hanno iniziato la costruzione di un nuovo impianto da 1 miliardo di dollari per la produzione di vaccini in colture cellulari a Holly Spring negli Usa. All’inaugurazione il 24 novembre è stato annunciato che l’impianto questo mese sarà già in grado di produrre l’adiuvante (MF59) attualmente usato nel vaccino influenzale in Europa e in via di sperimentazione per il mercato americano. Invece la produzione del vaccino vero e proprio potrà cominciare nel 2011 e arriverà a pieno regime nel 2013. A sostenere il 40% dei costi è stato proprio il Dipartimento guidato da Sebelius, che ha firmato contratti anche con altre 4 companies nella speranza di accelerare la transizione tecnologica e lasciarsi le uova alle spalle. Diversi giocatori nel frattempo si sono ritirati dalla partita ma Novartis e Glaxo non hanno intenzione di mollare. I vantaggi delle colture cellulari sono abbastanza chiari in termini di flessibilità: si può aumentare e abbassare agevolmente la produzione da un momento all’altro. Con eventuali autorizzazioni di emergenza, Holly Spring già nel 2011 potrebbe produrre 150 milioni di dosi entro 6 mesi dalla dichiarazione di un’eventuale pandemia. Negli Usa non sono ancora in commercio vaccini prodotti con colture cellulari, ma a Marburg in Germania la Novartis ha già un impianto cellulare per produrre un vaccino contro il ceppo pandemico H1N1 autorizzato in Germania e Svizzera (Celtura) e uno per l’influenza stagionale (Optaflu) approvato in tutti i paesi dell’Unione europea. Secondo Anthony Fauci, che dirige il National Institute of Allergy and Infectious Diseases, il sistema cellulare rappresenta un miglioramento anche se non potrà risolvere tutti i problemi. Ad esempio non incide sull’eventuale bassa resa dei ceppi riassortanti (master seed), un problema che quest’anno ha rallentato parecchio la produzione del vaccine pandemico. La prossima sfida, dunque, sarà abbandonare del tutto la coltivazione del virus per produrre direttamente le proteine virali. p.s. Ci scusiamo ma il sito ha avuto diversi problemi nelle ultime 24 ore e la prima versione di questo post è stata pubblicata con del testo mancante. Stiamo tentando di risolvere l'inconveniente.
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| Ultimo aggiornamento Sabato 05 Dicembre 2009 08:16 |
Il sito Darwin Flu è realizzato da tre editor della rivista darwin: Anna Meldolesi, Gianfranco Bangone e Gilberto Corbellini a cui si aggiungeranno di volta in volta, su invito, dei guest editor che riferiranno di particolari aspetti disciplinari. Darwin Flu non intende limitarsi a riferire dei puri aspetti epidemiologici dell'influenza pandemica, ma di allargare l'orizzonte agli aspetti evoluzionistici del virus, con particolare interesse alle dinamiche del serbatoio animale, e alle policies dedicate al contenimento e alla mitigazione della pandemia nei vari paesi. Mail: darwinflu@gmail.com
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