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La bagarre sul Tamiflu PDF Stampa E-mail
Big Pharma
Scritto da Gianfranco Bangone   
Mercoledì 09 Dicembre 2009 11:16

Gli antivirali sono efficaci nel contrastare l’influenza e mettono al riparo il paziente che li assume dalle complicanze? Il British Medical Journal ha appena pubblicato una rassegna sistematica della Cochrane Collaboration (firmata da Tom Jefferson e altri) che tenta di dare una risposta. E’ probabile che chi si appresta a leggere questo lavoro con un filo di pazienza si troverà davanti a un problema molto noto fra chi pratica la medicina: «il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?». Questo dubbio è rafforzato già dalle conclusioni illustrate nella sintesi dell’articolo: «gli inibitori della neuraminidasi hanno una modesta efficacia nel contrastare in vario modo i sintomi dell’influenza negli adulti. Questi farmaci sono efficaci nella post-profilassi per i casi confermati di influenza, ma quest’ultima è una piccola componente delle manifestazioni simil-influenzali, dove gli inibitori della neuraminidasi non hanno efficacia. Gli inibitori della neuraminidasi  si possono considerare una opzione per ridurre i sintomi dell’influenza stagionale. L’insufficienza di dati affidabili ha messo in dubbio precedenti risultati riguardo all’utilizzo dell’oseltamivir per prevenire le complicanze da influenza. Per risolvere queste incertezze saranno necessarie sperimentazioni cliniche indipendenti». La lettura della sintesi dell’articolo non sembra avere un punto fermo e forse potrebbe indurre chi ha poca pazienza a fermarsi qui. Però in considerazione del fatto che gli antivirali sono stati largamente utilizzati per contrastare l’influenza pandemica e che i CDC di Atlanta sostengono che hanno limitato il bilancio delle vittime abbiamo preferito andare fino in fondo. Il bilancio di questa rassegna sistematica lo possiamo illustrare riportandone i tratti più salienti (repetita iuvant): «i dati suggeriscono che gli inibitori della neuraminidasi sono efficaci nel ridurre i sintomi dell’influenza. L’evidenza è di un modesto beneficio: la riduzione di un giorno del corso della malattia. Questi benefici sono stati generalizzati per stabilire che abbiano efficacia nei confronti di casi gravi ricoverati. Tutto questo sembra ragionevole, anche se bisogna ricordare che non abbiamo dati che sostengano questa affermazione ed è improbabile che i comitati etici possano consentire sperimentazioni cliniche su soggetti in cui si praticano terapie per salvarne la vita». Un altro punto centrale, già esposto nella prima sintesi, è che l’efficacia degli antivirali deve essere commisurata alla percentuale dei casi reali di influenza nelle manifestazioni simil-influenzali. Gli autori scrivono che bisogna discriminare l’efficacy dall’effectiveness, due termini di cui non esiste una traduzione fedele in italiano: il primo indica l’efficacia generica di un trattamento per l’influenza, mentre il secondo indica l’efficacia nel «mondo reale» della malattia, quando i casi di influenza sono indistinguibili da altri agenti infettivi che danno manifestazioni simili e per i quali ovviamente gli antivirali non avrebbero alcuna efficacia. Insomma niente di nuovo salvo stabilire quale sia la frequenza dei casi di influenza sul numero totale di manifestazioni simil-influenzali. Ovviamente qualsiasi lettore può controllare i dati di sorveglianza virologica relativi a questa influenza e a quelle passate per scoprire, ad esempio, che oggi i casi dovuti a H1N1v sono in percentuali bulgare, e che nell’influenza stagionale c’è da sospettare che ben poche persone vengano trattate con antivirali se non sono state ricoverate e non presentano particolari fattori di rischio. E sugli effetti collaterali? Gli autori citano una indagine commissionata dal governo giapponese a seguito di 567 casi neuropsichiatrici tra il 2001 e il 2007 da cui si poteva evincere che gli antivirali possono indurre allucinazioni, tendenze suicide e morti nel sonno. Ovviamente ci sarebbe da stabilire quante di queste manifestazioni  sono dovute a specifiche situazioni dei pazienti (in questo caso dovrebbero essere valutate dal medico che li ha in cura) e quante potrebbero essere indotte dal farmaco. In ogni caso l’indagine del governo giapponese ha potuto stabilire che dal 2001 i trattamenti antivirali sono stati 36 milioni, a conferma - come dicono gli stessi autori - che si tratta di un’eventualità piuttosto rara. C’è comunque da precisare che il caso giapponese è una storia a parte, visto che questo paese assorbe da solo l’80% del consumo di antivirali durante l’influenza stagionale. Questo per dire che i dati vanno collocati in un contesto. Il New England, ad esempio, ha pubblicato il 18 novembre i primi risultati sul trattamento di pazienti ospedalizzati per complicanze dovute all’influenza pandemica e i dati starebbero a dimostrare che gli antivirali hanno ridotto la mortalità rispetto ai pazienti non trattati. L’uscita del BMJ non sembra mettere in dubbio questi risultati ma piuttosto la trasparenza dei trial clinici effettuati dall’azienda produttice del Tamiflu (la Roche). Come rivela un secondo articolo pubblicato dalla rivista c’è stato un lungo ping-pong fra gli autori del lavoro che abbiamo citato e l’azienda a proposito dei dati grezzi. Ora è assolutamente evidente che nessun trial clinico va preso come oro colato nel senso che è una base di partenza, tant’è che in diversi casi l’esperienza clinica ha ristretto, o a volte allargato, l’utilizzo di un farmaco. L’editoriale del BMJ si spinge oltre ed è un duro attacco alla casa farmaceutica, colpevole di non aver soddisfatto tutte le richieste fatte dalla rivista durante l’indagine.  A dire il vero un terzo articolo, sempre sullo stesso numero, sembra confermare che l’utilizzo di antivirali in pazienti affetti da cardiopatie può avere risultati importanti per quello che riguarda la loro sopravvivenza, negli altri casi l’efficacia si presta a non poche interpretazioni. Questo per dire che sull’argomento non sembrano emergere nuove evidenze, restiamo sempre al bicchiere «mezzo pieno o mezzo vuoto», o se si preferisce alla pura battaglia politica. C’è soltanto una ultima cosa da aggiungere, ovvero un radicato pregiudizio di Tom Jefferson nei confronti di questa pandemia e delle politiche volute dai governi per limitarne i danni. Basta leggere cosa ha dichiarato a The Atlantic (che ha pubblicato un lungo articolo piuttosto «militonto» sull’efficacia del vaccino) a cui ha risposto per le rime qualcuno dei Revere, in uno dei blog più gettonati del momento, dove en passant c’è un ritrattino al vetriolo di Tom Jefferson. E infine un’intervista di quest’ultimo a Der Spiegel dove emergono tesi cospirazioniste. Insomma siamo alle emozioni forti.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Dicembre 2009 15:29
 

Commenti 

 
#1 salvo_fedele 2009-12-09 14:15
Anch'io avevo il "coccodrillo" pronto, ma Gianfranco Bangone questa volta è stato eccezionale. Come ha fatto? L'articolo è uscito due ore fa! Questa volta non scrivo una parola di più sottoscrivo e ringrazio per la fatica che non dovrò fare.
Salvo Fedele
 

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Sabato, 31. Luglio 2010

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