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I rischi in gravidanza PDF Stampa E-mail
Epidemiologia
Scritto da Anna Meldolesi   
Martedì 17 Novembre 2009 17:39

La morte della neomamma di Castellammare di Stabia ricoverata al Cotugno di Napoli è una notizia particolarmente dolorosa. Raccontare il calvario di questa donna di 32 anni, però, è in qualche misura doveroso. Una singola storia, infatti, può comunicare il rischio dell’influenza in gravidanza meglio di mille statistiche. Secondo la ricostruzione del Mattino di Napoli, in ottobre la donna è stata ricoverata in una clinica privata per problemi ginecologici. Poi il marito si è convinto che i medici sottovalutassero le condizioni di Rosa e l’ha trasferita con un’autoambulanza privata al Secondo Policlinico di Napoli. Le complicanze causate da H1N1 hanno reso necessario un taglio cesareo alla trentasettesima settimana di gravidanza, poi un’isterectomia. Quindi Rosa è stata trasferita al Cotugno, e nuovamente al Policlinico per un’emorragia addominale, tornando infine al Cotugno dove è rimasta in coma farmacologico sottoposta a ventilazione artificiale. Un altro viaggio da qui al Carderelli e ritorno è stato fatto la notte prima del decesso per controllare un’altra emorragia. Per fortuna le condizioni della neonata, Fatima, non destano preoccupazione. I familiari sono convinti che Rosa non abbia ricevuto la migliore assistenza possibile e la loro denuncia è al vaglio della magistratura. Ma è certo che questo virus influenzale è molto pericoloso in gravidanza, anche senza scomodare la malasanità. Come racconta questo articolo del New York Times e  come documenta la letteratura scientifica. In Nuova Zelanda, ad esempio, dove questa stagione influenzale è già finita, le donne incinte hanno rappresentato il 9% delle persone ricoverate in terapia intensiva pur essendo appena l’1% della popolazione. I dati più citati sono quelli pubblicati su Lancet in agosto: passando in rassegna 34 casi di donne incinte che hanno contratto l’influenza fra aprile e maggio, emerge che ben 11 sono state ospedalizzate e 6 sono morte (un tasso di ospedalizzazione e di mortalità superiore a quello della popolazione generale). Non c’è alcun dubbio, insomma, che le donne incinte farebbero bene a vaccinarsi, ma molte non lo fanno. Perché? Una delle ragioni che spingono le dirette interessate a diffidare del vaccino è la mancanza di dati sperimentali sugli effetti dell’immunizzazione in gravidanza. Qualche sperimentazione in realtà è stata avviata e i primi dati sono rassicuranti. Ma la diffidenza è tale che molte donne si infilano in un tunnel digitale senza uscita, mettendosi a confrontare i vaccini utilizzati nei diversi paesi (con o senza adiuvante, con questo o quell’adiuvante, con o senza mercurio) come se qualche piccola differenza di composizione potesse vanificare il fatto che tutti questi vaccini sono stati autorizzati dalle autorità competenti e che in tutto il mondo le donne incinte sono considerate la prima categoria da vaccinare. Alle ragioni di questa diffidenza ha dedicato un approfondimento la National Public Radio, intervistando la bioeticista Ruth Faden. Il problema è che le donne incinte risentono di un bombardamento culturale, per cui si sentono in dovere di chiudersi in una bolla di vetro per nove mesi e trattenere il respiro. Quando si trovano di fronte a informazioni conflittuali, pur di non sbagliare, spesso scelgono di non fare nulla. Ma non fare nulla a volte è proprio la scelta peggiore, come in questo caso.

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Novembre 2009 19:46
 

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