| I rischi del vaccino |
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| Epidemiologia |
| Scritto da Gianfranco Bangone |
| Sabato 14 Novembre 2009 06:44 |
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L’arrivo dell’influenza pandemica ha fatto preoccupare molti genitori e forse in qualche caso ha aperto una crepa nel rapporto con il proprio medico curante a cui hanno vanamente chiesto lumi. La Sindrome di Guillain-Barré, che per brevità chiameremo GBS, impazza sulla rete da molti anni. I siti che legano la malattia al vaccino influenzale sono moltissimi, particolarmente attivi, facili da trovare oltre al fatto che utilizzando un linguaggio quotidiano veicolano dei messaggi semplici. Districarsi nella letteratura sulla GBS può essere arduo anche per un lettore smaliziato, se si considera l’alto numero di lavori pubblicati.
La GBS è diventata un argomento di attualità alla fine del 1976 quando nel gennaio dello stesso anno scoppia un’epidemia influenzale a Fort Dix, un centro di addestramento per le reclute nel New Jersey. Ad ammalarsi dopo una marcia forzata notturna saranno 230 reclute e di queste 13 svilupperanno nei giorni successivi una polmonite che farà una vittima. I campioni prelevati dalle reclute ammalate confermano che nella stragrande maggioranza di casi sono state colpite da un virus stagionale H3N2 (A/Victoria), ma in due tamponi si trova traccia di un virus nuovo, un H1N1 poi definito HswN1, che mostra alcune somiglianze con il virus della Spagnola del 1918, in circolazione sino al 1957. Il nuovo virus è di chiara origine suina (da qui la sigla «sw») ed è probabile che sia arrivato a Fort Dix con qualche recluta che aveva trascorso le festività natalizie a casa, ma il suo l’arrivo verrà interpretato come l’annuncio di una imminente pandemia. Si mettono in produzione quasi 200 di milioni di dosi di vaccino e nell’ottobre dello stesso anno vengono immunizzati 48 milioni di americani, dando il via alla più grande campagna di vaccinazione per l’influenza che si ricordi. Ai primi di dicembre i CDC di Atlanta ricevono diverse segnalazioni della Sindrome di Guillain-Barré fra i vaccinati e la campagna di immunizzazione viene interrotta (peraltro la pandemia non arriverà mai). Nei mesi che seguono saranno segnalati circa 500 casi di GBS con 25 decessi. Vengono fatte delle indagini e le prime conclusioni vengono pubblicate negli anni successivi: tutti i dati sembrano indicare una correlazione tra vaccino e GBS (all’incirca un caso su 100.000 vaccinazioni). Per quanto la correlazione sia evidente il numero dei pazienti è basso e peraltro della sindrome non si sa ancora molto. Nel 1980 due specialisti dei CDC di Atlanta pubblicano sul JAMA una comparazione fra i casi di GBS associati alla vaccinazione e un gruppo di controllo di soggetti non immunizzati. A rileggere oggi questo lavoro, ormai considerato storico, ci si rende conto anche delle difficoltà che presentava una indagine approfondita per arrivare a un verdetto finale sull’annosa questione. Gli autori hanno confrontato la frequenza della GBS fra un gruppo di pazienti dell’Ohio che erano stati vaccinati e un gruppo di controllo che non era immunizzato. Fra i primi ci saranno 5 decessi su 32, mentre nei secondi 1 su 22. La correlazione fra il vaccino e la sindrome sembra evidente, ma gli stessi autori non ne sembrano pienamente convinti, al punto che citano punti di disaccordo nel gruppo che ha elaborato i dati. I numeri non solo sembrano poco rappresentativi rispetto a un universo di decine di milioni di vaccinati, ma nella stesura dell’articolo ci saranno addirittura dei ricercatori che non ne condividono la conclusione: «questa indagine - scrivono nelle lavoro pubblicato dal JAMA - è stata resa difficile dalla mancanza di preesistenti dati epidemiologici ed eziologici sulla GBS. A causa della mancanza di test diagnostici o di evidenze cliniche, diversi investigatori non sono d’accordo su quali siano i fattori essenziali per una diagnosi definita. Forse a causa di questo disaccordo i pochi studi epidemiologi sin qui condotti hanno rilevato risultati contraddittori per l’età, il genere e la distribuzione stagionale dei casi. La presenza di un’infezione virale nelle poche settimane che precedono la comparsa dei sintomi neurologici è stata associata alla malattia, ma nessun virus è presente in una grande percentuale di casi». In termini concreti sostengono che la stessa definizione della sindrome non è né chiara né sufficientemente precisa, un’osservazione che sembra gettare qualche ombra sulla stessa casistica che citano. L’articolo del 1980 apre comunque una stagione di indagini e nei due decenni che seguono i lavori su GBS saranno molti. Ancora oggi le cause della malattia non sono molto chiare, anche se sulla frequenza della sindrome c’è un buon accordo e si stima che su un milione di vaccinati ci possiamo attendere un caso o due di GBS (qualche autore alza il numero a 3-4). Comunque nell’ultimo decennio le analisi si sono fatte più raffinate: oggi infatti - a differenza che nel 1980 - conosciamo «l’incidenza naturale» della sindrome, ovvero il numero dei casi che ci possiamo attendere al di fuori delle vaccinazioni. Un lavoro di un gruppo della London School of Hygiene and Tropical Medicine pubblicato nel 2007, ad esempio, imputa a infezioni da Campylobacter jejuni (un batterio che è la causa più comune delle gastroenteriti) il 20% dei casi britannici di GBS e per coloro che sono colpiti da Campylobacter un rischio di 38 volte più elevato rispetto alla popolazione generale. L’incidenza di GBS è di circa 3 casi su 10.000 infezioni da Campylobacter, seguita da valori simili per citomegalovirus, Epstein-Barr , Haemophilus influenzae e Micoplasma pneumonie. Gli ultimi due patogeni provocano polmonite e meningite nei bambini. Il dato nuovo è che fra coloro che si ammalano di influenza il rischio di sviluppare la GBS nei due mesi successivi è di 18 volte più elevato rispetto a quanto ci possiamo attendere fra i non ammalati. Nelle complicanze da influenza la sindrome si presenta con una frequenza da 4 a 7 volte maggiore rispetto a coloro che sono stati vaccinati. In un altro lavoro firmato da un gruppo di specialisti del King’s College di Londra, che hanno consultato un database con 1,8 milioni di pazienti, sono stati esaminati 228 casi di GBS di cui la stragrande maggioranza si sono presentati in uomini fra 65 e 74 anni e in donne fra 75 e 84 (chiara indicazione che la frequenza della sindrome aumenta con l’età), anche se di questi 228 casi solo 3 si sono presentati nel periodo successivo a una vaccinazione. Questo li porta a concludere che il rischio della sindrome fra i vaccinati per l’influenza è minima se non addirittura nulla. In ogni caso la domanda da farsi è come valutare uno o due casi su milione di vaccinati: una simile frequenza può rappresentare l’incidenza naturale della malattia, per cui è indipendente dalla vaccinazione? A seminare il dubbio è un gruppo internazionale che è partito da un semplice assunto: in considerazione del fatto che in Europa è iniziata una campagna di vaccinazione per l’influenza pandemica si può stimare il numero dei casi attesi della GBS indipendentemente dalla vaccinazione. Utilizzando un modello e consultando diversi database hanno previsto quanti casi di Guillain-Barré si potrebbero presentare in un periodo di sei settimane successive alla vaccinazione. In Gran Bretagna, ipotizzando una popolazione di 10 milioni di vaccinati, ci si possono attendere 21,5 casi naturali di GBS e 5,75 morti improvvise. Alla stessa stregua negli Stati Uniti su 10 milioni di donne vaccinate ci possiamo attendere 83,6 casi di neurite ottica (uno dei sintomi più frequenti nell’esordio della sclerosi multipla) e un giorno dopo la vaccinazione 397 aborti spontanei su un milione di donne incinta immunizzate. Qui bisogna intendersi sul significato di questa previsione: questa è la frequenza naturale con cui queste patologie si presenteranno anche in assenza di qualsiasi vaccinazione, salvo il fatto che se non sono associate al vaccino rientrano nella normale routine. Quindi sono dei casi «attesi», per cui se la vaccinazione antipandemica comportasse l’insorgenza di GBS la sua frequenza dovrebbe superare questa soglia. Con tutte le limitazioni che l’indagine pubblicata da Lancet comporta resta sempre il fatto che nei paesi che hanno un sistema di sorveglianza - ad esempio il VAERS, o Vaccine Adverse Event Reporting System, un sistema di sorveglianza passiva creato negli Stati Uniti nel 1986 - ogni caso di GBS negli immunizzati è fatale che venga addebitato al vaccino, indipendentemente dalle cause reali che possono averla provocata. Gli esiti della GBS nelle campagne di immunizzazione si possono analizzare con un’ottica scientifica, valutando il problema in modo razionale, oppure si può cedere a una sorta di radicato pregiudizio anti-vaccino. Nell’ultimo caso le evidenze contano poco. Basta pensare allo scandalo britannico del vaccino trivalente MMR, una storia assai poco edificante dove dati scientifici inconsistenti - e addirittura ritirati da coloro che li avevano pubblicati - sono diventati il Vangelo dei gruppi anti-vaccinazione. Ma di questo illustre precedente magari ne parleremo un’altra volta.
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| Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Novembre 2009 03:57 |
Il sito Darwin Flu è realizzato da tre editor della rivista darwin: Anna Meldolesi, Gianfranco Bangone e Gilberto Corbellini a cui si aggiungeranno di volta in volta, su invito, dei guest editor che riferiranno di particolari aspetti disciplinari. Darwin Flu non intende limitarsi a riferire dei puri aspetti epidemiologici dell'influenza pandemica, ma di allargare l'orizzonte agli aspetti evoluzionistici del virus, con particolare interesse alle dinamiche del serbatoio animale, e alle policies dedicate al contenimento e alla mitigazione della pandemia nei vari paesi. Mail: darwinflu@gmail.com
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