| I dubbi sulla modalità di contagio |
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| Epidemiologia |
| Scritto da Gianfranco Bangone |
| Sabato 09 Gennaio 2010 09:34 |
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Nella settimana che si chiude il 2 gennaio abbiamo avuto solo 70.000 casi di manifestazioni influenzali, ma l’ultimo FluNews dell’Istituto Superiore di Sanità segnala comunque un leggero aumento dei casi di ricovero. Siamo all’ultima fase della curva epidemica e c’è da stabilire se avremo qualche altra bizzarria del virus. Resta comunque il fatto che secondo gli ultimi lavori pubblicati H1N1v dimostra un comportamento assai poco congruo. La vera notizia è che nel bollettino settimanale del Ministero della Salute non si fanno più paragoni con la stagionale.
Con 70.000 casi a settimana è veramente improbabile che il virus rialzi la testa, anche se i CDC di Atlanta invitano a restare vigili. Nell’ultima conferenza stampa Ann Schuchat, la zarina dell’influenza, ha insistito sulle somiglianze fra questa pandemia e quella del 1957. Obiettivamente come si può notare sopra la «firma» epidemica del virus H2N2 del 1957-1958 assomiglia abbastanza a quanto vediamo oggi con H1N1v (almeno per quello che riguarda la seconda ondata). Negli Usa i decessi avevano raggiunto il picco nella seconda metà di ottobre del ‘57, a metà dicembre si erano adagiati sul valore di soglia per dimostrare una leggera ripresa con la riapertura delle scuole a gennaio del ‘58, ma verso la fine del mese i decessi tornano a crescere per raggiungere un secondo picco nell’ultima settimana di febbraio. Ma il comportamento di H2N2 è paragonabile a quello dell’attuale virus pandemico? E’ difficile dare una risposta e al momento non c’è alcun dato che consenta di azzardare una qualsiasi previsione. Una fondamentale differenza tra oggi e il ’57-’58 è che in quell’occasione la copertura vaccinale era stata quasi inesistente. Ora se si mette il naso fuori dai confini italici la copertura vaccinale è discreta in alcuni paesi, in altri piuttosto elevata: in Francia siamo oltre l’8%, in Svezia e in Canada al 40%, negli Usa al 20%. L’ennesima differenza fra il ’57-’58 e oggi sono gli antivirali che certamente possono aver frenato la diffusione della pandemia. Se torniamo all’Italia, ma il dato non è diverso in altri paesi, possiamo dire con un certa sicurezza che la classe di età che il virus usa maggiormente per la sua propagazione - quella fra 0 e 14 anni - ha una percentuale piuttosto alta di immunizzati. Il grafico sopra dimostra che bambini ed adolescenti sono il gruppo maggiormente colpito da H1N1v, più di quanto sia accaduto con qualsiasi altro virus dal 1999 ad oggi. Se un serbatoio così vasto di soggetti «sensibili» è stato già sufficientemente colonizzato dal virus è difficile che possa acquisire la massa critica necessaria per tornare a correre nelle altre classi di età (sempre che non ci siano mutazioni, che all’orizzonte comunque non si vedono). Questo spingerebbe a dire che le probabilità di una terza ondata sono realmente molto basse, anche se in Francia e negli Stati Uniti le autorità sanitarie citano spesso questa possibilità, soprattutto per spingere verso l’immunizzazione coloro che non erano nelle categorie prioritarie, in particolare gli anziani che pur avendo poche probabilità di contrarre l’influenza presentano comunque un rischio elevato di complicanze, come si può vedere nel grafico sotto (fonte U.K. Health Protection Agency, relativo alla sola Inghilterra, ILI e decessi nelle varie classi di età sino al 28 ottobre 2009). Due lavori usciti recentemente sembrerebbero confermare che in ambiente domestico H1N1v non è particolarmente efficiente nel generare i cosiddetti «casi secondari» (cioè non si trasmette facilmente da un familiare all’altro). Anzi più la famiglia è numerosa e minore sarebbe la probabilità della trasmissione, che è quasi una stranezza, visto che l'aumento del numero dei familiari in un nucleo contempla un numero maggiore di bambini (nel grafico sono rappresentati dai triangoli viola). |
| Ultimo aggiornamento Sabato 09 Gennaio 2010 10:33 |
Il sito Darwin Flu è realizzato da tre editor della rivista darwin: Anna Meldolesi, Gianfranco Bangone e Gilberto Corbellini a cui si aggiungeranno di volta in volta, su invito, dei guest editor che riferiranno di particolari aspetti disciplinari. Darwin Flu non intende limitarsi a riferire dei puri aspetti epidemiologici dell'influenza pandemica, ma di allargare l'orizzonte agli aspetti evoluzionistici del virus, con particolare interesse alle dinamiche del serbatoio animale, e alle policies dedicate al contenimento e alla mitigazione della pandemia nei vari paesi. Mail: darwinflu@gmail.com
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Commenti
E' vero che i giovani sono quelli che veicolano l'infezione, i cosiddetti untori e che rappresentano una fetta consistente dei contagiati, ma è altrettanto vero che nei confronti di questo virus sono immunologicamen te vergini. Pertanto anche ammesso che un 50% risulti già contagiato, ne rimane un altro 50% di suscettibili. Da notare che sono quelli che meno hanno aderito alla vaccinazione.
Se la classe 0-14 anni fosse immunizzata al 50% avremmo circa 4 milioni di soggetti ancora suscettibili, più o meno pari a poco più del 6% dell'intera popolazione. E' un po' poco per sostenere una nuova tornata epidemica per quanto non lo si possa escludere in assoluto. Ovviamente questo ragionamento ha senso escludendo mutazioni importanti del virus perché quelle puntiformi non sono in grado di innescare il fenomeno della reinfezione. Sono comunque d'accordo sul fatto che la copertura vaccinale è bassissima e che tutto questo rappresenti un vero problema (g.ba.)
http://www.virology.ws/2009/08/25/transmission-of-influenza/
le modalità sono due, o per contatto o per areosol. Con il clima caldo umido prevale il primo, più tipico dei paesi caldi o dei periodi con temperature più elevate, mentre il secondo è favorito dal freddo e dalla bassa umidità.
Lo studio che hai citato è stato realizzato in un periodo (Maggio) in cui la trasmissione del virus non era favorita.
I due studi citati da Racaniello sono stati condotti dal gruppo di Peter Palese su cavie Hartley infettate con A/Panama/2007/99, ovvero un H3N2 stagionale piuttosto utilizzato nei laboratori per la sua stabilità. Che i virus pandemici, a differenza di quelli stagionali, non rispettino criteri di stagionalità è cosa piuttosto nota. Resta il fatto che sulle dinamiche di trasmissione di H1N1v ci sono risultati contrastanti e che i parametri di umidità e di temperatura - da soli - ci dicano molto poco sulle complesse interazioni host-paziente-ambiente. In fondo nel sostenere questo sono in buona compagnia. Se leggi con attenzione il post di Racaniello non dovrebbe esserti sfuggito questo passaggio: "la nostra comprensione della stagionalità dell'influenza si è accresciuta negli ultimi anni, ma è ancora incompleta. Informazioni ottenute infettando animali con i virus può dare degli indizi, ma raramente sarà in grado di rispondere a tutte le domande sulle malattie infettive nell'umano. Non dovreste trovare questa conclusione sorprendente: infettando poche dozzine di cavie ospitate in gabbie di plastica come si può modellizzare quello che accade in miliardi di esseri umani sparsi nel globo in diversi contesti ecologici?". (g.ba)